2 anni fa
Roma. Caso Cucchi, primi nomi iscritti nel registro degli indagati. Vergognose dichiarazioni di Giovanardi.
La procura di roma apre il registro degli indagati.
Il reato contestato è quello di omicidio preterintenzionale e riguarda tutti coloro che sono stati in contatto con Cucchi quando fu arrestato.
Il clamore sulla morte di Stefano Cucchi, deceduto in carcere in circostanze ancora da chiarire, non accenna a placarsi. Oggi da Radio24 il sottosegretario alla Presidenza Carlo Giovanardi ha pronunciato parole pesanti: «Stefano Cucchi era in carcere perchè era uno spacciatore abituale. La verità verrà fuori, e si capirà che è morto soprattutto perchè era di 42 chili». Per la famiglia di Cucchi le parole dell’esponente del Pdl si commentano da sole. Intanto la Procura di Roma ha iscritto i primi nomi nel registro degli indagati, si tratta di carabinieri e guardie carcerarie che sarebbero accusate di omicidio preterientenzionale. Il caso sta diventando anche una battaglia per la libertà d’informazione, lo dimostrano i siti sui quali è possibile visionare la documentazione medica del ragazzo romano.
La Procura di Roma ha cominciato a iscrivere sul registro degli indagati i primi nomi delle persone che potrebbero essere responsabili della morte di Stefano Cucchi. Il reato contestato è quello di omicidio preterintenzionale e riguarda tutti coloro che sono stati in contatto con Cucchi quando fu arrestato, si va dunque dai carabinieri alle guardie penitenziarie. I pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy stanno anche valutando se incriminare i medici che potrebbero aver sottostimato le condizioni del ragazzo.
Polemiche sono sorte dopo le parole del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi il quale ha affermato che Stefano Cucchi è morto perchè «anoressico e drogato». Nessun mistero dunque. Le parole di Giovanardi hanno provocato la reazione dei familiari di Cucchi, in primo luogo la sirella Ilaria che ha detto laconicamente: «Non voglio aggiungere altro - conclude - la cosa che ha detto il sottosegretario si commenta da sola».
Che Giovanardi sia un sostenitore della linea repressiva sugli stupefacenti è noto e proprio questa sua posizione sembra mettere una pietra tombale sulla ricerca della verità. « Stefano Cucchi era in carcere perchè era uno spacciatore abituale. La verità verrà fuori, e si capirà che è morto soprattutto perchè era di 42 chili». Le fratture e i lividi sul corpo martoriato di Cucchi non sembrano porre alcun dubbio a Giovanardi che dalla trasmissione “24 Mattino” su Radio 24 non individua altra causa della morte se non la droga: «che ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente, poi c’è il fatto che in cinque giorni sia peggiorato, certo bisogna vedere come i medici l’hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così».
Le dichiarazioni del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio hanno provocato la polemica politica. Il senatore Stefano Pedica dell’Idv ha criticato aspramente Giovanardi: «Ha perso una buona occasione per tacere. Non si può fare sterile propaganda politica su un ragazzo morto per circostanze ancora tutte da verificare. C’è un’indagine in corso per accertare la verità dei fatti su quanto accaduto a Stefano Cucchi e che aspettarne l’esito, prima di dare giudizi gratuiti, significa rispettare il dolore di una famiglia».
Sul tragico caso di Stefano Cucchi si è incentrata l’attenzione di numerosi siti come abuondiritto.it, italiarazzismo.it, innocenti evasioni.net, dove è possibile visionare la documentazione clinica completa del ragazzo. Giuseppe Giulietti dell’associazione Articolo21 lancia un invito a «tutti i blog e a tutti i siti di linkare i video e la documentazione pubblicata. Ci auguriamo, infine, che tutte quelle trasmissioni che hanno trovato il tempo e lo spazio per dedicare ore ed ore di trasmissioni ai delitti di Cogne, di Perugia, di Garlasco vogliano finalmente dedicare analoghe attenzione alla vergognosa vicenda di Cucchi o a quella già dimenticata di Aldo Bianzino o alla restituzione della memoria e della verità alla famiglia Aldrovanti di Ferrara, la cui vicenda per molto tempo fu circondata da un silenzio complice ed omertoso. Comprendiamo che si tratti di “delitti più scomodi” e meno utilizzabili all’industria della paura ma non per questo si può fingere di non vedere, di non sentire e di non sapere».
